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GLI AMICI CI SCRIVONO







E' con un gran piacere che siamo riusciti a far partire questa pagina del nostro blog con lo scritto di Lara Cicutin, una nostra affezionata amica e sostenitrice, una donna che nella sua silenziosa ma sensibile tenacia riesce a mettersi in luce nel mondo della corsa, una figura minuta ma con una forza e caparbietà esemplari. 




1. 29 giugno 2011 da Lara Cicutin:
Cari amici, vi inoltro il mio resoconto della sky race di Paluzza 2011: in verità sono solo pensieri e non un resoconto vero e proprio della gara! Lara

" Quasi 25 km per un dislivello totale di 2000 mt sui monti di Passo Monte Croce Carnico percorsi in 4 ore e 19'.

Il mio pensiero in questa gara,
con il temporale che ci ha sorpreso sulla cresta del Floriz,
con la nebbia che riduceva la visibilità, rendendo l’ambiente surreale,
con il percorso già di suo tecnico e reso più impervio dalle rocce umide, dai sentieri di fango e dai prati inzuppati d'acqua,
con la pioggia che ormai aveva congelato ogni cm della pelle, va alle portatrici carniche:
donne comuni che al tempo della prima guerra mondiale, senza un pettorale, ma con una gerla piena di munizioni e viveri, fino ad arrivare a pesare 30-40 kg, si arrampicavano su quelle cime per portare gli approvvigionamenti e biancheria fresca ai militari. Con qualsiasi condizione climatica arrivavano in cima, si riposavano un po' e ritornavano di fretta a valle dai loro bimbi rischiando ogni giorno la vita. Ho provato un grande senso di rispetto nel calpestare quei terreni percorsi da uomini che con la neve o la pioggia battente e al freddo erano appostati lì, giorno e notte a difendere la nostra terra.


E forse sono stati proprio questi ricordi venuti in mente lassù che mi hanno guidato con il sorriso lungo questi sali scendi dove un tempo bisognava correre per sfuggire ai colpi del nemico. Tutto questo può far solo riflettere che nelle difficoltà esistono, in ognuno di noi, delle riserve di energie infinite che vengono fuori quando scatta il campanello della sopravvivenza.
Un grazie riconosciutissimo va a tutta l'organizzazione molto efficiente che con sorrisi ed incitamenti rincuorava i podisti lungo il percorso, davvero una macchina organizzativa solare e preparata.
E un grazie ancora più particolare va a voi che ci avete accompagnato e applaudito calorosamente al traguardo, grandi!
Al prossimo anno, forse, confidando nel sole!"

Il mitico gruppo dei TIgrotti del Carso. Lara è la prima in piedi a destra.
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2.  5 luglio 2011 da Enrico Viola:

Carissimi amici
il viaggio che da anni tenevo in serbo sta per iniziare. 140 km di corsa tra
l'Istria slovena e le Valli del Natisone in ventiquattro ore, più o meno.
L'iniziativa si è sviluppata all'interno dell'evento artistico Postaja
Topolove|Stazione di Topolò.


Dal catalogo:

Topolovectopolò. Assolo.
di corsa dal cuore dell'Istria alla Benecija
Partenza: Topolovec, venerdì 8 luglio, nel tardo pomeriggio
Arrivo: Topolò, sabato 9 luglio, al tramonto.

Il percorso a 'lavagna' di Enrico Viola

Un viaggio da fare di corsa, portatore di un messaggio, come nella Grecia
antica Filippide, emerodromo, "colui che corre per un giorno".
Bellezza arcaica, il proprio corpo come unica possibilità di coprire la
distanza: la lunga distanza.
Dichiaro questo viaggio opera d'arte.
Sono un'artista, non sono uno sportivo. Un'artista che corre cento chilometri.
Queste terre che attraverserò non mi sono neutre.
Attraverserò me stesso, la mia storia, il mio passato e quello di chi mi ha
preceduto.
Topolovec, mio nonno, partigiano, catturato in un rastrellamento, spedito nei
campi da dove non farà più ritorno.
Topolovec, il nuovo confine. Io ho vissuto a un chilometro dal confine. E
quando è caduto, guarda caso, l'ho attraversato di corsa.
San Servolo, luogo di fondazione del Battaglione Alma Vivoda dove militava mio
nonno. Ma anche eremitaggio di San Servolo, martire triestino, e a me gli
eremiti affascinano.
Pese-Iamiano, il sentiero numero tre del Carso triestino, luogo della mitica
Cavalcata carsica, il mio esordio nel mondo della corsa.
Monte San Michele, la Grande Guerra, i migliaia mandati al macello. Furori
mitigati sui vecchi confini, e i colli martoriati riposano sotto i nuovi
boschi.
Io sono di una generazione che poteva ancora sentire parlare della prima
guerra mondiale dalla bocca dei protagonisti.
Le Valli del Natisone, cercate, respirate, sognate. Una parte della mia
interiorità.
Topolò, che dire? Un posto dove potrei vivere.



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3. 7 luglio 2011 da Federica Lippi




Sto realizzando piano piano quello che ho fatto e le emozioni che ho vissuto…
devo dire che ho sofferto molto, ed è la prima volta che mi è successo. Credo sia stato un insieme di cose, il fatto di correre di notte, con il buio, non avere i “soliti” riferimenti, un bioritmo diverso, il freddo (eravamo intorno a 0 °C e sotto le tre cime mi hanno detto addirittura -5 °C…). Non sono riuscita a mangiare bene un po’ per il freddo, un po’ per lo sforzo, alla fine solo due barrette e qualche pezzo di cioccolata…E poi tutto il giorno attendere questa partenza a mezzanotte… ha contribuito a farmi aumentare tensione.
Sono arrivata alla Villa Gregoriana poco prima delle otto di mattina (ho fatto la LUTx2 a staffetta e quindi ho corso “solo” 45 km e non tutti i 90 km!) e mi sono messa a piangere per la tensione accumulata.
Devo dire che dopo 10 minuti ho iniziato a rilassarmi e ho iniziato a rivivere l’avventura a ritroso… la partenza con le frontali a formare una lunga scia luminosa, la compagnia di persone sconosciute che si presentano “ciao, io sono Gianni, faccio la lunga…” e ti chiedono da dove vieni solo per scambiare due parole che le ore davanti sono talmente tante! Dopo quaranta minuti inizia la salita, dura, anzi durissima (1500 m +), il fiato sempre più corto, il cuore che spinge dentro il petto e pare uscire, il freddo vento che scende e ti taglia il viso, le dita che si gelano nonostante i guanti, la testa che ti dice “vai avanti, fra un po’ sei in forcella”, il primo ristoro e le prime impressioni, il thè caldo per scongelare le dita e scaldare lo stomaco, un po’ di cioccolato e uvetta e via, si riparte. Ancora un po’ di salita ma adesso è tutta un’altra cosa! sono sotto alle tre cime, che però sono nere e ti sembrano di cartone. Non capisci dove sei, sono le tre di notte… che strana sensazione. Ti chiedi “ma cosa ci faccio io qui?” e intanto le gambe vanno e incontri due volontari della prot civile e li saluti perché questi stanno lì per noi, al freddo, attenti a dare una mano a chi ne ha bisogno….ma chi glielo fa fare con questo freddo, il sonno, ecc!! Finalmente si scollina, inizia la discesa ma gli occhi sono sempre rivolti alle tre cime… giù di corsa, non è difficile. Ma è buio e ogni tanto stringo gli occhi per capire meglio cosa mi aspetta nel passo successivo. Piano piano inizia a fare chiaro, saranno le 4 e mezza cinque. Sono in una valle stretta e accanto scorre il fiume. Oramai ho perso il contatto con la folla… vedo solo qualche persona ogni tanto e mi piace sbirciare il pettorale…la linea rossa significa che corre la 90 km, quella verde fa la staffetta… e mi chiedo come fanno quelli con la linea rossa a correrla tutta??? Dove si trovano le forze, le motivazioni, le gambe? E nel frattempo mi accorgo che sto guadando il fiume, passo dall’altra parte e si inizia a salire verticali … ma sono “piccoli strappi” questi rispetto alla prima salita infinita. Il percorso si fa via via più dolce, in mezzo al bosco e poi si apre… prati e un altro fiume mi scorre a destra e montagne lì davanti a me con il primo chiaro della mattina che devo immortalare..faccio due foto (altrimenti perché mi sono portata la macchina??). Due caprioli attraversano i prati davanti ai miei occhi..alle 5.20 arrivo al secondo ristoro malga Rimbon. Un paesaggio fresco, verde, piacevole. Mi fermo a mangiare e bere ma alla fine lascerò lì i panini con la marmellata e la nutella… mi assale la paura di quello che manca: qui sono arrivata a 30 km e ne mancano ancora 15. Riparto in fretta, e rimpiango di non avere più gambe perché il percorso è corribile ma devo alternare passi di corsa con camminata veloce… e questo mi butta un po’ giù. Pensavo di avere preparazione ma in questo momento sento che le corse fatte quest’anno non coprono gli sforzi richiesti dalla LUT… arrivo al lago D’Antorno e vedo lo chalet dove a ottobre abbiamo dormito prima del km verticale, sbuco a Misurina e il panorama è mozzafiato. Purtroppo però non tiro fuori la macchina e l’immagine rimane solo nella mia mente.
Continuo a correre e camminare. Ancora salite che prendo come una presa in giro…dalla cartina non mi sembrava si dovesse salire ancora molto dopo Misurina ma la mia testa è oramai fusa…inizio a chiedermi quanti km possano mancare… 8? Beh. Mi sono sembrati 50! E la cosa più divertente è che ogni persona che incontravo mi diceva un numero diverso! Alla fine ho deciso di mettermi a correre perché oramai era tardi… il sole inizia a scaldare.. togli guanti, berretto e punta i bastoncini giù per il bosco di foglie…forza. Tendo l’orecchio per sentire voci dell’arrivo… niente. Inizio a superare delle persone perché oramai vado avanti solo di testa… devo arrivare…e penso a Marco che dovrà appena farsi gli altri 45 km…. Che dura!

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23 agosto 2011 da Igor Cej:

Gita in montagna

19.8.11 sono a bocce, ore 6.30 mi faccio un caffè nei pressi del paesino di Plužna, dove inizia il sentiero che porta verso le alture dei Kaninski podi. le markacije non ci sono però sulla mappa dovrei essere giusto.Mi incammino, fa caldo il sentiero sale dolce, è attrezzato per la discesa delle mtb con passerelle in legno. Chi si cimenta in questa discesa deve avere doti acrobatiche, roba da mularija giovane.dopo un ora buona questo sentiero finisce, ovvero inizia per chi si butta giù, devo cercare un pò per trovare il sentiero che porta verso il Kanin. trovo la scritta sbiadita Kanin con relativa freccetta. Bom sono sulla strada giusta. Il sentiero diventa da subito irto, sale a zig-zag nel bosco.
 Arrivo alla fù planšarija Gozdec, resti di mura niente più. faccio una pausa, osservo il posto. Qui tempo fà c'erano pastori greggi di pecore è capre, c'era movimento si direbbe oggi quando si esce la sera al bar.
Questa dei pastori era vita dura però più naturale in simbiosi con quello che li circondava. Allora non si conosceva la tv ed altre diavolerie moderne, non si faceva le ferie in posti tropicali, non c'era l'idolatria di oggi.
L'estate la passavano in altura, correre dietro le pecore che si allontanavano, cucinando formaggi, raccogliendo bacche ed erbe, cantare la sera presso il fuoco, pastori e pastorelle ridevano, piangevano, amoreggiavano. insomma già da giovanissimi avevano molte responsabilità, questioni di vita e morte.
Continua a salire, arrivo ai Kaninski podi quà il mondo si apre. una valle con poco verde fatta di lastre di roccia verticali e orrizzontali, modellate dai solchi fatti dall'acqua con buchi e tagli come fosse di marzapane. Il sentiero si intravede appena a momenti spariscie non c'è molto passaggio da queste parti. La gente preferiscie la funivia che li portra quasi in cima. La comodità, questo modo di vivere che ci trascina in un vicolo cieco, verso il botto dove per forza molte cose cambieranno , in peggio o meglio...chissà.
Continuo, faccio attenzione dove passare in quest dedalo di buchi e roccie che finiscono verticali, sennò dovrei fare molta più strada del dovuto.Mi avvicino in una dolina verde, il fischio della marmotta mi sveglia dai miei pensieri. Il fischio mette in allarme il resto della comunità animale, si nascondono, arriva lo straniero homo erectus portatore per lo più di disgrazie per animali e natura.
Questa zona è un paradiso per gli speleo, pullula di grotte e anfratti,però oggi non c'è nessuno. Attraverso un paio di piccoli nevai mi rinfresco con la neve fà sempre molto caldo.Sono nel così chiamato Zadnji dol, sotto le pareti di Lasca Planja e Crni Vogel la cresta di questi monti si unisce con la cima del Kanin. In cresta passa l'alta via Resiana che vorrei farla in futuro. Una rampa ripida mi porta direttamente in cima al Kanin. Qui incontro i primi a me simili. Tutti saliti dal Gilberti per la ferrata o da Prevala con la funivia. Si sente parlare sloveno, italiano e tedesco. Un gruppo mi chiede da dove arrivo. Quando rispondo che mi sono incamminato da Bovec fanno gli occhi grandi,grandi. Conversiamo un pò mi offrono un goccio di refosco, sono di Koper, nostri vicini.
Poi scendo da dove arrivavano tutti, un lungo traverso verso Prevala. Qui abbandono la processione (se così posso chiamarla) all altezza della foro scendo verso il rifugio Petra Skalarja. Sono di nuovo solo. Nel rifugio mangio un enolončnica e mi faccio una birra. Pisolo un pò nell'ombra del rifugio, attorno pascolano un paio di camosci. Mi aspetta ancora una discesa tra i dedali di roccie e buchi che percorro con cautela, però qui le markacije sono più presenti.
Alle 18 arrivo alla macchina e mi porto fino alla Soča, e faccio il tanto rinfrescante toccio che assaporavo già da un pò.
                                                          ruševec
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30 novembre 2011: Enrico Viola, il Tor des Geants 

L'amico introduce così il suo scritto: "Il pezzo è pensato come una descrizione dell'ultimo giorno di gara, intrecciato ai pensieri e agli eventi dei giorni precedenti. Cioè, a leggerlo, potrebbe essere un gran casino ma rende bene i meccanismi mentali confusionari che si presentano al corridore sulla soglia del trecentesimo chilometro di gara!"



Montagne... e ancora montagne.

Ecco.
E' accaduto quello che speravo.
L'ho sognato, immaginato, durante queste ultime ore.
Si poteva finire in tante maniere.
E finire era già qualcosa di esaltante.
Ma arrivare così a Courmayeur è stato il regalo più bello fatto dalla sorte.

Il Vallone di Merdeux è impietoso per chi tenta di sfuggire agli inseguitori.
Una bella salita pulita, tutta tra pascoli.
Aguzzo lo sguardo per cogliere qualche movimento.
Forse lassù, tra le mandrie, sta passando qualcuno. Così sembra.
Ancora abbassare la testa, ancora il mio bel passo di montagna che non mi ha ancora abbandonato.
Verso altri crinali. Verso il cielo.
Salire, ancora, sempre.

Sono arrivato al punto vita di Ollomont a mezzanotte.
Vado avanti ormai da quarantott'ore.
Infreddolito, con i piedi sfasciati, nauseato. Di correre neanche a parlarne.
Un rottame sceso dai monti.
Questa sarebbe stata la notte in cui non bisognava dormire.
Invece mi rovescio su una brandina, dopo aver buttato giù una tazza di minestra.
Devo avere anche una pessima cera.
Mi farò svegliare alle quattro di mattina.
Se non dormo, se i piedi non recuperano, è finita. O quasi.

Tre ore di sonno, uno rimarrebbe qui, al caldo.
E invece bisogna alzarsi, mangiare qualcosa, preparare lo zaino per l'ultima giornata.
Farsi coraggio. E uscire di nuovo. Le ultime tenebre prima dell'alba.
E ancora si sale. Ma mi sento meglio. Le cose si rimettono a posto.
Un bel po' di persone mi hanno passato durante la pausa.
Loro hanno un vantaggio di due ore.
E mi aspettano gli ultimi quarantotto chilometri.

Corro in discesa, corro sul piano.
Da dove traggo ancora energie non lo so.
Da dove viene la capacità di sopportare il dolore ai piedi neanche.
Vado e sono felice, e il mondo risplende.
Di ristoro in ristoro ho un aggiornamento sul mio recupero.
Qualcuno lo piglio e lo supero. Qualcuno che non ne può più è a dormire in qualche ristoro.
Mi riavvicino alle prime venti posizioni.

Il Vallone di Merdeux è quasi alla fine e comincio a vederli con più precisione.
Sono stato veloce. Ribollo di determinazione.
Varie volte, in questi giorni, soprattutto nelle tenebre della notte, mi sono pensato come un animale selvaggio impegnato nella caccia.
Un lupo affamato, narici dilatate, occhi iniettati di sangue.
Odorare, seguire le tracce, essere infido e silenzioso.
Pronto ad aggredire. A sbranare.

Raggiungo Patrizia, Giuliana e Alessandro in cima alla salita ed è un bel ricongiungersi.
Loro hanno fatto gara insieme, dandosi sostegno.
Io, salvo qualche incontro occasionale, ho sempre fatto corsa da solo.
Come piace a me.
Sabato sera eravamo andati a mangiare qualcosa, il giorno prima della partenza.
E giovedì ci ritroviamo assieme, che ci sono gli ultimi quindici chilometri da fare.
Sono un combattente solitario per gran parte di una gara, ma gli ultimi chilometri se c'è la possibilità di arrivare assieme non mi perdo l'occasione.
E' una bella cosa, elegante oserei dire, e poco importa se uno perde qualche posizione.

Il Passo di Malatrà ha un aspetto quasi metafisico.
Una incisura tra rocce e ghiaioni biancastri alla luce abbacinante del meriggio.
Ed è come salire su una nuvola.
In cima ci aspettano un po' di persone venute a seguire i passaggi in uno dei punti più spettacolari.
Scambiamo battute e strette di mano.
Per me il Tor des Géants potrebbe finire qui, a 2925 metri, che qui viene svelato in tutta la sua grandiosità il massiccio del Monte Bianco, sublime davanti ai nostri occhi.
Ma invece c'è da scendere a Courmayeur, e ancora un po' ce ne vuole, ma è tutta discesa, e possiamo andarcene tranquilli e rilassati.

Quante montagne si sono salite in questi giorni, e al Passo del Malatrà abbiamo accumulato 24.000 metri di dislivello.
A un certo punto uno pensa che tutto il mondo non sia che un saliscendi. Salire mille metri. Scendere mille metri. Salire duemila metri. Scendere duemila metri. Giorno e notte.
La prima notte si è saliti per due volte ai tremila metri, il Colle Entrelor l'ho fatto sotto un temporale, contando inquieto i secondi che dividevano il lampo dal tuono per capire se questo stava allontanandosi o mi stava arrivando sulla testa. Il Col Loson, un salire infinito, mi ha, invece, schiaffeggiato con nevischio ghiacciato.
Una notte, malcerto sulle gambe, ho chiesto un bastone in un rifugio e quelli mi hanno fornito di un manico di scopa. Provvidenziale. Me ne sono andato in giro fiero con il mio manico di scopa spacciandolo per l'ultima novità tecnica nel campo del trail.

Montagne... e ancora montagne. Yama mata yama.
E' una frase che ho tratto da un haiku giapponese.
Mi ero fatto anche una maglietta con la resa calligrafica in ideogrammi.
L'avrei dovuta indossare all'arrivo a Courmayeur, invece l'ho persa da qualche parte.
Che porti bene a chi la troverà.

Montagne... e ancora montagne. All'infinito.
Perchè mi trovo qui? Perchè corro?
Forse perchè su un libro, il “Carso di corsa”, uno può trovare la frase:“Non è solo questione di risultato ma dell'intimo rapporto che unisce il tuo corpo in movimento con la magia dei luoghi, come in montagna: solo, tu e la grandiosità.”
Ecco, sono qui sotto la scorta di una frase, e di una parola: grandiosità.

Quando si sono aperte le iscrizioni non ero ancora sicuro di cosa fare. “Sarei già pronto per una gara del genere? Non farei meglio a provare i 160 chilometri per quest'anno?” mi dicevo. Ma quando ho visto consumarsi trecento numeri in un giorno non ci ho pensato più sopra.
Alea iacta est.

Scendendo a Courmayeur facciamo tappa al Rifugio Bonatti, come sempre, all'ultimo ristoro, mi bevo una birra e gli altri non sono da meno. Sarebbe tutto un ridere e un rallegrarsi se non avessimo saputo che proprio in quella giornata era morto Walter Bonatti.
Avrà ancora una volta, per passare dall'altra parte, lanciato la sua corda nel mistero, cercando forse un appiglio, come nel famoso pendolo sul pilastro sud ovest del Petit Dru?

Il Rifugio Bertone è l'ultimo punto di controllo prima della ripida discesa su Courmayeur. Il paese lo vediamo disteso proprio sotto di noi che basterebbe un salto per arrivarci.
E fa una certa impressione portare lo sguardo alla tabella che segna i 328 chilometri.
Incredibile, ce l'abbiamo fatta.
Chi l'avrebbe detto domenica mattina quando ci intruppavamo alla partenza, densi sia di calde speranze che di cattivi presagi.
E ora non mancano che due chilometri alla fine!

Gli ultimi metri scorrono attraverso il corso di Courmayeur, tra gli incitamenti e gli applausi, siamo accompagnati da un gruppetto di maschere tradizionali della zona, al ritmo delle loro campanelle.
Negli ultimi metri ci teniamo per mano.
Anche noi Giganti.

Ad maiora.