2014 - 2015

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Ultimi due giorni di scuola al Grego

Ore 5.50 e sono nell’atrio della stazione centrale. La sveglia stamattina ha suonato molto presto, lo zaino pronto aspettava impaziente, una sistemata veloce ed ero nel chiaro dell’alba. Due professori ,due zaini, uno scooter e si arriva a destinazione. Ci sono già tanti, tutti con un sonno eccitato sulla faccina. I genitori si tengono alla larga, timorosi quasi di invadere quell’atmosfera di timido complotto formatasi quasi immediatamente. Sono tutti con gli zaini, meno male, anche se talvolta un po’ troppo pancioni. L’abbigliamento, in generale, è pure da gita, quasi da montagna. Qualcuno è impeccabile, si vede che conosce già lo stile montanaro…. Saliamo nello scompartimento scortati da sguardi preoccupati che inviano le ultime raccomandazioni a chi sembra quasi non accorgersene più. 6.05, il regionale per Carnia si muove lentamente dalla stazione, accompagnato da tante mani alzate per gli ultimi, oramai inutili saluti. Siamo quasi solo noi per un bel pezzo in questo treno di pendolari che appena dopo Cervignagno inizia a riempirsi soprattutto di studenti: Udine e Gemona le mete più gettonate. Venzone è davanti a noi, con il suo centro ancora segnato da tristi ricordi tettonici. Il cambio a Carnia per salire sul pullman delle ferrovie e iniziare a spingerci nel cuore delle montagne. La profonda val del Ferro e la val Canale si schiudono pian pianino davanti a noi. Le prime vere cime iniziano ad avvicinarsi, la val Bruna ci accoglie con un tiepido sole dopo tanti giorni di pioggia. L’autista della Saf è pronto, tutto per noi, 10 minuti e siamo in testa alla Saisera. Il buongiorno ci viene dato dai fratelli Nabois, il piccolo e il grande e soprattutto dalla regina della vallata, la nord del Jof del Montasio che si impone ancora molto bianca, nonostante giugno sia già arrivato, sopra la sua testata. I ragazzi sono frizzanti, come l’aria che ci circonda, felici di essere arrivati in questo luogo, per una gita scolastica che portasse in sé gli ultimi due giorni di scuola. Mollare le ancore dal porto di Altura, dove tutti gli altri compagni erano nelle classi ad aspettare l’ultimo campanello, è stato motivo di euforia. Una gita voluta con i denti da tutti, io per prima, che ho combattuto avversità di ogni genere per riuscire a trovarmi qua con loro. Con me un collega diverso da quello che doveva  esserci, ma non importa; non c’è Paolo, la nostra usuale guida escursionistica del CaiSag di Trieste, fermato da acciacchi di salute, ma non importa. L’importante è esserci e con il sole! Dopo sosta merenda e prima ricognizione del luogo con cartina alla mano, si parte, si inizia a salire: 17 ragazzi in rigorosa fila indiana, dapprima dietro al  mio passo e poi guidati a turno da uno di loro che doveva orientarsi leggendo in loco i segni orientativi. Alcuni hanno pure sbagliato traccia, ma è stato un bene, perché sbagliando si impara e poi con questo trucchetto siamo arrivati nella piana del rifugio fratelli Grego senza quasi accorgersene. E quasi puntuali con il tempo indicato dai cartelli Cai. La gioia dei ragazzi è vera, immediata quando, provati dalla salita, hanno visto sbucare il tetto rosso del rifugio: vuole dire fine della fatica. Il tempo ci assiste ancora per un po’ ma è instabile e quindi come è tipico in montagna, al pomeriggio arriva pure un bell’acquazzone. Dopo l’acqua c’è tempo per una ricognizione della zona, del laghetto e della sella di Sompdogna, tante foto e tante grida, sorrisi e scherzi. Solo un neo: Ester sta male, ma non vuol mollare. Chiusa nella sua giacca, berretto in testa ci segue assente e col triste presagio di ciò che sarà di lei nelle prossime ore.  E infatti al rientro è bianca, piena di brividi, da quasi 39 di febbre. Quindi un bel te, e subito a letto. Gli altri cenano e poi ancora, con le ultime luci del giorno sulle pareti rocciose davanti a noi, con un bel evidenziatore colorato, ripresa pratica, sulle fotocopie della cartina geografica del luogo che ognuno aveva con sé, di quanto visto oggi. Un salame al cioccolato by prof da suddividersi e una candela sulla quale abbiamo soffiato tutti per spegnere definitivamente il primo anno di scuola media danno un tocco dolce alla serata. Ed ecco finalmente il cielo notturno, meno stellato da quello che si sperava, ma sufficientemente luminoso per trovare le maggiori costellazioni al canto delle canzoni di Riki Malva cantate a squarciagola da Seba. Il santuario del Lussari emana sensazioni di pace e sono queste che accompagnano probabilmente il sonno profondo dei ragazzi e del prof. Fabio in un camerone e della ragazze e della prof Nadia nel sottotetto.
L’alba, ancora una volta, ma ora sono circondata dai monti. Sento pulsare vivo il tempo imprigionato in queste calcaree pareti rocciose, testimoni impassibili della lunga e tormentosa storia degli uomini… trincee, fortificazioni, fortini simboli di guerre, di morte, di inverni impossibili… e sarà proprio questa la meta della nostra giornata, il Jof di Sompdogna, roccaforte militare di inizio Novecento. Alleggeriti negli zaini, i ragazzi partono dal rifugio a piede leggero, pieni di aspettative, Ester purtroppo è rimasta ad aspettarci in rifugio. Il sentiero 610 sarà il nostro compagno di ascensione. All’inizio si presenta burbero, ripido da togliere il fiato anche a  questi chiacchieroni indefessi…  io in testa a battere il ritmo di salita, Fabio in coda a sorreggere i più lenti. Man mano che saliamo la vegetazione cambia, la vista si apre ma non tanto da far scoprire la sorpresa finale. Tratti di sentieri sono ancora innevati, bisogna stare attenti, e i ragazzi sono iperattenti, ascoltano senza indugio quanto viene loro insegnato e detto. Come ieri, nei tratti più difficili il primo aiuta il secondo, il secondo il terzo e via andare. Lentamente siamo quasi in cima e come ogni grande impresa che si rispetti ecco il premio finale: nel suo massimo splendore si apre davanti i loro occhi la nord del Montasio, proprio quella che ieri, a fondovalle sembrava una semplice paretina. Ho cercato di prepararli, di anticipare loro la bellezza di quello che avrebbero avuto davanti agli occhi ma non occorrono parole, basta guardare i loro volti, persi, estasiati, i loro occhietti lucidi di emozione sono un chiaro segnale che questo gita scolastica ha avuto il massimo dei successi…”Prof, che bello!” “Che meraviglia!” “Che spettacolo!”. Chi non è mai stato in montagna se ne sta zitto, non riesce quasi a parlare… intime vibrazioni profonde, che preferisce tenere tutte per sé per poi eventualmente lasciarle trapelare a tempo debito, nella quantità voluta. Al bivacco Koflach lasciamo gli zaini, prendiamo il pranzo a sacco e saliamo l’ultimo pezzo con il cuore che batte forte. Il cocuzzolo verde di cima è un terrazzo panoramico a 360°: la Dogna e la Saisera sembrano due veli asimmetrici di uno stesso vestito che si annodano sulla croce di vetta. Già da ieri meravigliosi fiori bluette ci accompagnano lungo il nostro cammino però oggi nei prati di cima ci salutano fantastiche genziane dal blu intenso, rigorosamente lasciate al loro posto, ma immortalate a ricordo da tanti scatti diversi. Il tempo non è più completamente sereno, anzi pian piano si fa sempre più nuovoloso quindi  è meglio sbrigarci a rientrare, anche perché in discesa c’è bisogno di maggior attenzione.  Ci sono alcuni che improvvisamente soffrono di vertigini e quindi è d’obbligo ancorarli tra me e la parete. Ora il primo è Fabio e in coda sono io. Con il solito metodo di aiuto reciproco, riusciamo a superare il pezzo più difficile e quando mi sento già più distesa grida di gioia mi investono: i primi hanno superato le macchie di neve scivolandoci sopra e così via via gli altri fino ad arrivare a Fabio che li aiuta a rientrare in sicura. Che strano, eppure nessuno è stato male, anzi tutti han dimenticato i loro affanni e sono arrivati alla grande al laghetto, senza problemi, né fatica. Che bella, questa gita, che soddisfazioni, credo il modo migliore, per toccare con mano quanto studiato, per salutare un anno di lavoro e dare il benvenuto alle vacanze, per crescere, per diventare ancora più amici, per imparare a rispettare e ad amare per davvero madre natura. E sì che menti illuminate vorrebbero abolire definitivamente la geografia dalle scuole ovvero… tutto questo!










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